La sedia Parisienne


La scelta accurata con cui si arreda la nostra casa implica un giusto coordinamento dei mobili che dia uno stile personale alla propria abitazione. Quello che vi presentiamo è un elemento di arredo che grazie al suo design semplice e moderno facilita la sua collocazione in qualsiasi tipo di arredamento .

Ottima sia per un ambiente interno che esterno, la sedia Parisienne è comoda e leggera, dal design lineare e dalla forma tondeggiante, caratteristiche queste che la avvicinano molto alle sedie da bistrot caffè, prodotte nel primo Novecento e di moda nella città di Parigi.

Prodotta dalla ditta Calligaris, Parisienne è realizzata in un’unica monoscocca in policarbonato rendendola leggera e resistente agli urti e ai graffi. Impilabile fino a sei sedie, è possibile configurarla in molte colorazioni nelle varianti di trasparenti o opache.

Con le sedie Parisienne Calligaris completare il tuo arredo sarà facile.

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Uto, la lampada flessibile

Una lampada trasformista, divertente e piacevole al tatto oltre che alla vista. Uto può essere modellata ed modificata a seconda delle necessità, grazie alla sua forma unica, flessibile, colorata e divertente.
La lampada Uto può essere utilizzata con dei ganci a sospensione o appesa alla parete, posata a pavimento o su di un tavolo. Indicata sia all’interno che in giardino, grazie alla sua struttura interamente impermeabile realizzata in gomma siliconica e con schermo in policarbonato.
Un modello di lampada flessibile, completamente plasmabile, l’ideale quando abbiamo bisogno di una luce in più che sia bella da vedere e con una frizzante personalità.
Questa luce irriverente ed estremamente alla moda è stata concepita nel 2002 dalla coppia italo-catalana di designers Lagranja, per il marchio Foscarini.
A forma di cono, o meglio di imbuto, il diffusore è formato per iniezione, mentre il tubo è estruso e nasconde al suo interno l’interrutore, protetto così dagli agenti atmosferici.
Uto ha una lunghezza complessiva di 3,20m ed un diametro finale di 20cm.
Dallo schermo fuoriesce una luce semidiffusa, diretta verso il basso.
All’interno della confezione troverete le istruzioni per accorciare e sistemare il tubo secondo le vostre esigenze.
Il corpo in plastica indistruttibile è proposto nei colori giallo, bianco e arancione.

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Il mito dei “componibili”

Nessuno conosce il suo vero nome, ma tutti vogliono questo diverente contenitore modulare distribuito da Kartell e disegnato dalla milanese Anna Castelli Ferrieri, un must del design deglianni settanta.

Questo mobiletto pratico, leggero e montabile su ruote ha sempre riscosso un notevole successo, per questo Kartell lo tiene in produzione da più di 40 anni.

Un pezzo che non passa mai di moda grazie alla sua semplicità funzionale e immediata.

Un oggetto flessibile, perchè facilmente componibile per semplice incastro dei vari moduli. Partendo da un elemento semplice rotondo o quadrato, a due o tre piani, i Componibili possono essere impilati a piacere per formare alte colonne contenitore.

Un modello che sfrutta la nuova tecnologia dell’epoca (1969) nel campo dell’industrial design, ovvero la modellazione per iniezione, oggi riproposto in ABS, ancora più resistente, leggero, facilmente lavabile.I componibili terminano con un comodo bordo rialzato che funge da vassoio, ma permette soprattutto l’incastro con il modulo successivo.

Con un diametro di 32 o 42cm, hanno uno, due o tre vani, a seconda dell’altezza; questi vani sono direttamente ricavati dai vuoti ritagliati nel corpo cilindrico che costituisce il mobile, così come le maniglie per aprire gli sportelli scorrevoli sono dei semplici fori nel pannello.

La serie dei Componibili Kartell è proposta nei colori base nero, bianco, rosso anni ’70 ed un elegante alluminio.

Questa serie icona del pop design anni ’70 la troverete anche in esposizione al Moma di New York ed al Centre Pompidou di Parigi.

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Michele De Lucchi, il vero valore dell’industria e del consumismo

Michele De Lucchi nasce nel 1951 a Ferrara. A Firenze studia presso la facoltà di architettura fino al 1975 trasferendosi poi a Milano dove riesce a stabilire importanti contatti con Andrea Branzi e Alessandro Mendini. Successivamente diventa consulente per il design alla Olivetti (1981), per la quale, oltre a mobili come la linea “Icarus”, sviluppa anche computer. Negli anni ’70 insegna design industriale a Firenze dove conosce Ettore Sottsass, con il quale diventerà amico e collega.
Un’ esperienza sicuramente di grande rilievo nella vita di Michele De Lucchi fu quella del 1973, quando a Padova, durante una competizione per la trasformazione di rocce vulcaniche, si costituì il “Gruppo Cavart”. De Lucchi contribuì alla sua fondazione assieme a Bartolani, Brambin, Tridenti e Premerù. Il termine derivava dall’unione di due parole: “cave”, che in inglese significa “cava”, e “art”. Il particolare progetto rimane importante per le idee provocatorie di questi architetti appartenenti all’ area “radicalista”. Grazie alla nascita del movimento, in quello stesso luogo si tennero seminari sulla nuova concezione di urbanistica e architettura sostenuta dai fondatori.
Oltre che con Olivetti l’architetto-designer entrò in contatto anche con Artemide, per la quale disegnò la storica lampada “Tolomeo”, Kartell e Arflex. Tutte ditte affermate sul mercato mondiale di oggeti per interni.
Ciò che veramente colpisce del pensiero di De Lucchi sono la sua “fiducia” e la sua “attrazione” verso il mondo dell’industria e soprattutto verso il “consumismo”, uno dei valori più disprezzati e criticati dalla morale di ogni singola società civile.
In un’intervista egli dichiarò che il design risulta essere uno strumento di comunicazione di massa ancora più efficace dell’architettura stessa o di ogni altra forma d’arte. Il compito del designer sarebbe quindi quello di riporre un messaggio dentro alla propria “opera”, il quale grazie all’industria e agli insaziabili desideri materiali dell’individuo, riesca poi ad essere diffuso il più possibile.
Si considera quindi la macchina produttrice non più come l’emblema di una società in decadenza e priva di saldi valori, bensì come un prezioso mezzo per la divulgazione di idee e pensieri. Tale visione risulta quindi essere assai interessante e curiosa, tenendo conto del concetto di industria fornitoci con forza dalla nostra cultura, ormai influenzata dalla presenza sempre più solida di un progresso incontrollabile.
Michele De Lucchi propone invece di guardare oltre l’aspetto esteriore di questa realtà, tentando così di sfruttare in modo positivo e costruttivo la più efficace tecnica di divulgazione esistente: “il mercato”.
In questo modo si potrebbe affermare che egli abbia trovato la soluzione per convivere con la civiltà moderna. Infatti, sempre in un’intervista, affermò che gli sarebbe piaciuto poter dire di essere solo un semplice architetto e che non se la sente di rifondare la società in cui vive, ma che preferisce trovare i sui punti di forza e le sue vere potenzialità, spesso difficili da identificare e riconoscere.

“Quello che mi piacerebbe fare è dare qualità all’industria, al consumismo e alla tecnologia. sfruttarli per divulgare nuove idee, nuovi messaggi, nuove immagini” (Michele De Lucchi).

Video: DESIGN PER CONOSCERE SCOPRIRE, SCOPRIRSI. Michele De Lucchi

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Salone del mobile a Stoccolma

Dall’ 8 al 12 di febbraio si terrà a Stoccolma uno dei più importanti saloni del mobile in Europa, al quale parteciperanno ben 750 espositori, di cui 300 stranieri.

Lo “Stockholm forniture fair” e il “Northern light fair” sono due punti di riferimento per il design del nord Europa. Ogni anno i due saloni mettono in mostra nuovi oggetti d’arredamento prodotti da importanti ditte e pensati da grandi designers.

L’ospite d’onore quest’anno sarà il designer israeliano Arik Levy, che ha collaborato con Cartier, L’Oreal e Renault.

Il salone è stato suddiviso in varie aree: modern design, mercato del contract, arredamento per la casa, Greenhouse (sezione in cui giovani designer vengono selezionati per esporre i loro progetti e incontrare i rappresentanti delle aziende presenti al salone).

In contemporanea allo “Stockholm forniture fair” a Stoccolma si terrà anche il “design week 2011″ che prevede l’esposizione di interessanti oggetti di design in tutta la città. L’evento permette ai nuovi progettisti di essere conosciuti ed evidenzia il ruolo della Svezia come patria del modern design.

www.stockholmfurniturefair.com

www.stockholmdesignweek.com

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Il tavolo di Le Corbusier

Le Corbusier è un noto architetto del XX secolo. A lui si attribuisce il merito di aver conferito al prodotto industriale, non solo funzionalità, ma anche un’estetica nuova e rivoluzionaria. Questo aspetto è facilmente rintracciabile anche nella sua architettura. Con i suoi unici moduli geometrici e la sua particolare sensibilità per la gestione degli spazi la sua opera segna infatti una svolta nel modo di progettare del tempo.
L’architetto, come spesso accade, si dedicò anche alla creazione di oggetti di design, ponendo particolare attenzione alle esigenze della società e concentrandosi nell’utilizzo di nuovi materiali.
Il famoso tavolo Le Corbusier fu presentato nel 1929 al “Salon d’Automne del Artistes Décorateurs” di Parigi. La caratteristica principale di questo prodotto stà nel materiale con cui è realizzata la sua struttura. Le Corbusier, seguendo le sue idee innovative, decise di utilizzare un metallo particolare che di li a poco sarebbe stato usato per la costruzione degli aerei. Però, nonostante la bellezza del tavolo, la vendita partì solo dopo alcuni anni. Infatti la “Thonet” (fondata da Michael Thonet nel 1830) rifiutò il progetto per il fatto che quell’innovativo metallo era troppo ricercato e, nella fase di assemblaggio, doveva essere saldato con molta attenzione.
In ogni caso oggi il tavolo dell’architetto è considerato a buon diritto uno degli oggetti più importanti della storia del design, che grazie alla raffinatezza dei materiali e delle sue semplici e moderne articolazioni, è riuscito nel tempo ad ottenere anche un un grande successo nel mercato mondiale.

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Il “Bauhaus” di Walter Gropius

Walter Gropius nacque a Berlino nel 1883. Dopo essersi laureato in architettura ebbe modo di affinare le proprie conoscenze lavorando presso Peter Beherens, personaggio fortemente impegnato nel “Werkbund” di Muthesius. Pochi anni dopo, nel 1910, Gropius aprì uno studio insieme ad Adolf Meyer, con il quale si dedicò allo sviluppo di un nuovo modello architettonico, caratterizzato da semplicità nelle strutture e dalla presenza di immense vetrate. Due chiari esempi della collaborazione di questi architetti sono “le officine Fagus” ad Alfeld e “la fabbrica modello per l’esposizione del Werkbund ” a Colonia.
In quegli anni in Germania, luogo di forte tensione a causa della conclusione del primo conflitto mondiale, l’interesse di artisti e intellettuali verso la società, la politica e la propria cultura crebbe notevolmente, così Walter Gropius capì che era necessario unire le menti di questa gente per dare vita a qualcosa di veramente innovativo. Così nel 1919, con l’aiuto di molti altri colleghi, fondò a Weimar la scuola di arti e mestieri, tramite la quale egli sarebbe riuscito a concretizzare le sue intenzioni.
Il nome “Bauhaus”, derivante dalle due parole tedesche “bauen”(costruire) e “haus”(casa), si spiega con il fatto che per la prima volta l’arte del costruire, del progettare e del “pensare” venivano accolte in una sola struttura, che aveva il compito di preservarle e proteggerle.
La scuola nasceva dunque con un preciso obiettivo : “immaginare e creare la nuova concezione architettonica in cooperazione”, racchiudendo la genialità degli artisti in un’unica forma d’arte che includesse nello stesso tempo architettura, pittura e scultura. L’intenzione di Gropius era infatti quella di dar vita ad una produttiva collaborazione tra le varie discipline artistiche capace in futuro di influenzare l’intera società e di condurla verso un totale cambiamento, permettendo perfino una fusione tra l’arte e il sistema produttivo industriale.
Il progetto di Walter Gropius crebbe negli anni e vide la partecipazione di personaggi importanti come Vasilij, Kndinskij, Paul Kee e Mies van der Rohe, che si impegnarono nel dare il loro contributo al Bauhaus.
Finalmente, dopo qualche anno, la giovane scuola iniziò a concretizzare i propri obiettivi: nell’estate del 1923 il Bauhaus organizzò una mostra intitolata “Arte e tecnologia: una nuova unità” , la quale raccoglieva i progetti di alunni e insegnanti, molti dei quali erano destinati ad essere realizzati dalle industrie. Uno di essi è per esempio la famosa poltroncina di Marcel Breuer.
Successivamente a Gropius la direzione della scuola fu seguita prima da Weimar e poi da Hnnes Meyer, i quali però si trovarono costantemente in contrasto con il governo. Il Bauhaus fu infine chiuso sotto l’amministrazione di Mies van der Rohe nel 1933 a causa delle incessanti pressioni esercitate dalla nascente società nazista.

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Il “DEUTSCHER WERKBUND”

Il “Deutscher Werkbund” nacque nel 1907 a Monaco grazie Hermann Muthesius, architetto tedesco del ’900, che tentò di creare un saldo rapporto tra “arte” e “industria”. Era infatti sua intenzione conferire al prodotto industriale, fino a quel momento grezzo e privo di un’estetica particolare, un valore artistico. La sua impresa nacque in conseguenza ad un lungo periodo passato a Londra, incaricato per affari dall’ambasciata tedesca. In questi anni egli ebbe modo di studiare il movimento nato nel XIX sec. con il nome “Arts and Crafts”. La corrente inglese aveva come obiettivo primario quello di creare prodotti industriali innovativi dal punto di vista della loro costruzione e del loro aspetto. L’intenzione del progettista era quindi quella di evidenziare” l’artigianalità” del prodotto, ossia la sua attenta lavorazione e lo studio che la precedeva .
Fu così che Muthesius, tornato in Germania, si impegnò a divulgare la nuova concezione inglese di prodotto industriale, riassumendo i propri studi in tre libri: “Das englishe Haus”. L’innovazione dell’architetto tedesco fu nel promuovere l’utilizzo di materiali nuovi come il ferro, l’acciaio o il vetro per creare un oggetto nello stesso tempo funzionale e artistico.
Altro fondamentale obiettivo del Werkbund era rafforzare la Germania nel campo della progettazione industriale: c’era per esempio l’intenzione di raggiungere il livello di Inghilterra e Usa, i quali negli anni precedenti si erano sviluppati notevolmente in questa attività. Infatti, il motto della nuova associazione tedesca composta da politici, architetti, designer e industriali era: “Vom sofakissen zum stadtebau”, che significa: “dai cuscini per il sofà alla costruzione della città”.
Un primo esempio di collaborazione del Werkbund con l’industria fu la progettazione della fabbrica di turbine dell’AEG a Berlino di Peter Beherens. Quest’ultimo fu uno dei promotori della rinascita architettonica tedesca e maestro di altri importanti personaggi come Gropius, Le Corbusier e Mies van der Rohe. In questo caso l’architetto tedesco realizzò una sorta di tempio alternando ferro e vetro, a quei tempi materiali nuovi. La turbinenfabrik è una dei cinque edifici industriali progettati da Beherens per l’AEG. Il suo merito consisteva nell’aver perfezionato un prototipo di architettura industriale che è rappresentante della qualità e dell’originalità dei nuovi prodotti dell’industria tedesca.

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TIZIO, la piccola grande lampada da tavolo

Artemide, azienda di fama mondiale produttrice di lampade, nacque nel 1960 con una propria filosofia: “the human light”, ossia un modo di progettare la luce in funzione dei bisogni dell’uomo. Fu proprio in questo modo che Richard Sapper nel 1972 ideò “Tizio”, una piccola lampada da tavolo che ancora oggi riscuote successo tra la gente. Sapper progettò la lampada per un’esigenza personale. Come dichiarò in un’intervista, egli per avere una maggiore concentrazione durante il lavoro aveva bisogno di un’unica luce concentrata sul suo foglio. Il problema quindi era trovare una lampada poco ingombrante maneggevole e leggera, con un riflettore che creasse una luce intensa e precisa nella sua direzione. Fu così che nacque “Tizio”.
Sapper utilizzò il trasformatore come base e  studiò attentamente il bilanciamento delle braccia che componevano la lampada. Questa infatti doveva permettere di avere nello stesso tempo ampio e ristretto raggio d’azione senza sbilanciarsi. Il designer si affidò quindi a due braccia in alluminio leggere e robuste, conduttrici di corrente e bilanciate da due placche ricurve, che contribuivano nel conferire alla lampada un aspetto semplice ma curato nei dettagli. Un altro problema comune delle lampade era la perdita di attrito delle giunzioni tra le braccia con il passare del tempo. In questo caso Sapper utilizzò dei semplici bottoni a pressione contenenti una molla che si opponeva alla rotazione dei corpi con una lieve, ma necessaria, resistenza. Infine dedicò molta attenzione al riflettore: questo non doveva surriscaldarsi e quindi pensò ad una doppia parete che con il passaggio d’aria manteneva il corpo ad una temperatura adeguata.
Per quanto riguarda l’estetica Tizio si presenta come una semplice lampada da tavolo curata nei particolari. La sua articolazione infatti è sintetica e nel complesso offre a chi la osserva un senso di leggerezza e al tempo stesso di stabilità. Fu così infatti che Richard Sapper l’aveva pensata: semplice, essenziale, ma soprattutto unica nella sua comodità.

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La nascita del design (1^ parte)

Il termine inglese “design”, utilizzato in tutte le lingue, significa “progetto”, o più semplicemente “disegno”. L’interesse dei progettisti industriali e soprattutto degli architetti, di conferire al proprio progetto un’estetica particolare e unica nel suo genere, nacque nel XVIII sec. grazie alla prima rivoluzione industriale. In questi anni l’Inghilterra era stata partecipe di un grande sviluppo economico e demografico. Di conseguenza, grazie a questi due fattori, lo stato britannico intraprese il cammino verso una modernizzazione dell’industria. Fu proprio in questi anni, infatti, che colui che progettava un oggetto, o semplicemente lo ideava, iniziava a dare spazio alla propria immaginazione e al proprio gusto. Un primo caso furono le ceramiche di Wedgwood. Quelle del 1700 erano però solo delle anticipazioni del vero design, che prese chiaramente vita solo nei secoli successivi. Un primo esempio di sistematico approfondimento dello studio di questa nuova disciplina si ebbe nel 1907 in Germania grazie a H. Muthesius. Fu istituito il Deutscher Werkbund, un’associazione tedesca di artisti, architetti e designer che aveva lo scopo di stabilire un forte legame tra l’industria e le arti applicate. Nacque così un “rapporto tra il prodotto industriale del progettista e la creatività dell’artista.”
Tra gli architetti che aderirono al progetto di Muthesius c’erano P. Behrens, che coordinò l’intera immagine dell’ AEG (progettazione e pubblicità) e il belga Van de Velde, il quale assieme a V. Horta e A. Gaudì, ebbe un ruolo importante all’interno di questa corrente culturale.
Successivamente, a partire dal 1900, l’interesse di dare al progetto meccanico un estetica particolare si fece sempre più forte. Tra coloro che si applicarono nel portare avanti questo nuovo modo di concepire l’architettura e la progettazione vanno ricordati Gropius, Le Corbusier e Breuer, che in seguito avremo modo di analizzare più a fondo.

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